Archivio: Riflessioni

Antonello Montante, il ”padrino dell’antimafia”

Eccolo il “padrino dell’antimafia”, il libro di Attilio Bolzoni che riesce coraggiosamente a mettere a nudo “l’apostolo della legalità” Antonello Montante ed il “suo” sistema.
Attraverso un certosino riordino delle migliaia di tessere del grande puzzle, ne è uscita la precisa intenzione di aver voluto creare un perfetto meccanismo le cui componenti sono state continuamente oleate dalla compiacente collaborazione e supporto di importanti protagonisti della lotta alla criminalità organizzata, quali ad esempio, le più rilevanti associazioni antimafia nazionali, dalla Fai di Tano Grasso a Libera di don Ciotti, ma anche associazioni di categoria da Confindustria ai sindacati ed ancora generali, politici regionali e nazionali, ministri e capi di governo.
Un paladino dell’antimafia nazionale, il cui passato in “odor di mafia” sembrava non interessare o comunque essere volutamente nascosto, è stata la machiavellica copertura per un intreccio di poteri ed interessi che nulla avevano a che fare col contrasto alla criminalità organizzata.
Ed anzi, attraverso la creazione di un “club esclusivo”, le cui tessere associative erano rappresentate dalle adesioni alle faraoniche manifestazioni antimafia o dai vari “protocolli d’intesa” firmati in mezza Italia e nel quale chi fosse stato contro, sarebbe stato prima spiato per essere ricattato, poi cacciato con infamia, si è pesantemente condizionata la politica regionale e non solo.
Oggi, purtroppo, ritroviamo esponenti di quella stessa antimafia silente o solo “un pochettino” pentita e che per lungo tempo andò allegramente a braccetto con Montante ed i suoi sodali – sostenendolo anche dopo le gravi notizie giudiziarie che lo coinvolsero – tentare un’opera di ripulitura e disperato accreditamento.
Tutto questo accade, ancora una volta, sotto i riflettori di convegni, tavole rotonde, laboratori accreditati da continue passarelle di molti, che confidando nell’oblio che il trascorrere del tempo porta con sé, hanno l’ardire di promuovere nuovi modelli di lotta alla mafia (!) quando del declino e del dissesto del movimento antimafia ne furono complici.
Resta da capire quale contorto obiettivo avessero in mente coloro che hanno puntato su un pupo risultato fasullo. Forse quello di utilizzare il movimento antimafia come testa d’ariete per entrare nella stanza dei bottoni oppure quello di gettare discredito su di esso? Si vedrà.

Il valore del 25 Aprile e la lotta alla mafia

Di recente, il ministro degli interni Matteo Salvini ha affermato che il 25 aprile, in occasione delle commemorazione per la Liberazione dal nazifascismo, sarà in tour elettorale in Sicilia dove parlerà di “liberazione dalla mafia”.
Senza scomodare copiosa letteratura in merito agli strumenti più idonei per sconfiggere il fenomeno mafioso, ci permettiamo di ricordare al signor ministro che la lotta alla mafia è cosa assai complessa che non può essere ridotta a semplice slogan.
È slogan, appunto, dal gusto un po’ retrò che ricorda una certa antimafia di qualche anno fa, che tappezzando la Sicilia di cartelloni affermava, come se ce ne fosse bisogno, che “la mafia fai schifo”.
Parola d’ordine che fu proprio di un predecessore di Salvini, tale Angelino Alfano che la prestò poi all’allora presidente della regione Totò Cuffaro.
Ecco che, ancora una volta, la mafia e la presunta lotta alla sua esistenza, diventa strumento di campagna elettorale per racimolare consensi.
Sarebbe interessante conoscere l’opinione e le soluzioni che il signor ministro degli interni proporrebbe in merito, per esempio, alle estenuanti lungaggini processuali cui è sottoposto colui che decide coraggiosamente di denunciare i propri estorsori o usurai, al comune senso di impunità che permette a criminali e mafiosi di continuare a delinquere indisturbati facendosi beffa d del coraggio di chi li denuncia e dell’incessante lavoro delle forze dell’ordine, alle infinite prepotenze cui è sottoposta la bottega o l’associazione culturale che cerca di risanare il proprio quartiere.
Vorremmo, infine, sapere quale sia la ricetta per rompere quella naturale attitudine della criminalità organizzata ad infiltrarsi nelle liste elettorali, negli apparati politici e burocratici così come evidenziato dai recenti rapporti della magistratura.
Oltre gli slogan, signor ministro, aspettiamo i fatti.
Noi, nel frattempo, resistiamo ogni giorno a fianco di quelle coraggiose persone che denunciando, credono ancora nello Stato e ad un futuro migliore.
As.A.E.C. Associazione Antiestorsione di Catania

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Zuccaro: fare rete ed impiegare l’esercito

La ricetta sulla sicurezza lanciata dal Procuratore della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro è lungimirante ed equilibrata poiché partendo dalla constatazione della sempre più crescente presenza di sacche di disagio e di povertà dalle quali la criminalità trae importante manovalanza, individua e contempera irrinunciabili strumenti di presidio del territorio, quali la videosorveglianza (ancora inspiegabilmente inattiva) e pattuglie dell’esercito, con un’azione condivisa che coinvolga associazioni e le migliori risorse presenti sul territorio per una reale rinascita della città.

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Quanti pupi di pezza e pupari dovranno essere arrestati prima che Catania si rialzi?

La città sprofonda sempre più in basso. Al dissesto finanziario si accompagna un dissesto morale e civile sempre più evidente.
La recente operazione giudiziaria, che ha coinvolto professionisti illustri presenti, tra l’altro, all’interno di consigli di amministrazione di enti pubblici e privati, ha fatto emergere un sistema sostanzialmente volto alla commissione di reati tendenti all’elusione della legge ed al guadagno illecito.
Precedenti inchieste – prima fra tutte l’operazione “Gorgone” – hanno evidenziato un perverso e strutturato intreccio tra mafia e pubblica amministrazione fino a spingere il Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro a pronunciare parole forti e dirompenti, rivolgendo un appello a tutti gli amministratori che non sono collusi con la mafia: “Non siate conniventi, cercate di essere più attenti nel controllo di legalità del vostro territorio”.
Ecco il punto: fin quando, innanzi ingiustizie ed illiceità, faremo finta di nulla, volteremo il capo; fin quando non faremo dell’onestà, della correttezza e del rispetto dell’altro le nostre regole di vita da applicare in ogni campo del nostro agire, allora saremo destinati al degrado ed all’arretratezza.
Le città sono comunità fatte di uomini e donne che ne determinano la propria sorte, si abbandonino divisioni politiche, pregiudizi ideologici, invidie, personalismi che non producono altro che dissesti ed incapacità di risolvere problemi.
Non possiamo delegare, e se lo facessimo ci macchieremmo di ignavia, alla decisa e instancabile azione della magistratura catanese e delle forze dell’ordine, il compito di reprimere malaffare e corruzione, perché questo rappresenterebbe solo un argine, certamente importante, ma sia pur un argine destinato inevitabilmente a cedere.
Ed allora, l’unica strada da intraprendere, andando oltre il dolore urlato e le provocazioni lanciate, crediamo sia un deciso e determinato ri-scatto, un nuovo “patto per Catania”, facendo appello alle migliori risorse civili, sociali ed intellettuali affinché tutti insieme si trovi un moto di orgoglio per una ferma e decisa inversione di rotta.

AS.A.E.C. ASSOCIAZIONE ANTIESTORSIONE DI CATANIA

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L’Antiestorsione di Catania nel nome di Libero Grassi

Ventisette anni fa, all’indomani dell’uccisione dell’imprenditore palermitano Libero Grassi brutalmente assassinato dalla mafia nell’agosto del 1991, un gruppo di cittadini, donne e uomini, imprenditori, commercianti, artigiani e liberi professionisti catanesi, dopo aver letto di esperienze simili sorte a Capo D’Orlando,  hanno deciso di riunirsi ed insieme ribellarsi al condizionamento mafioso perpetrato attraverso la morsa dell’estorsione e dell’usura.
Nasce così l’AS.A.E.C. associazione antiestorsione di Catania, la seconda associazione nata in Sicilia ed in Italia, intitolata alla memoria dell’imprenditore catanese e palermitano di adozione.
Nasce avendo, fin da subito, in mente quale dovesse essere il modello ed il metodo di associazionismo antiracket ed usura: un luogo dove, cittadini ma anche imprenditori e commercianti, che avessero vissuto vicende estorsive, potessero offrire sostegno e conforto nei confronti di coloro che – a loro volta -avessero deciso di intraprendere un percorso di emancipazione rispetto la morsa dell’estorsione; dove l’accompagnamento di un imprenditore verso la denuncia e per tutto l’iter processuale rimasse uno dei requisiti fondamentali;  dove il contributo svolto dai soci e dai loro dirigenti, fosse fondato sui principi inscindibili ed inviolabili di volontariato e gratuità.
Un modello che abbiamo sempre cercato di mantenere vivo difendendolo e promuovendolo ad ogni occasione, resistendo agli attacchi di un’antimafia di facciata, dei premi, delle coppe, affarista, tronfia di proclami retorici, ubbidiente ed addomesticata, sottomessa alle benevolenze di molti e strenua difenditrice della necessità di attingere a finanziamenti pubblici nelle cui maglie hanno potuto proliferare tornacontismi personali ed economici.
Oggi c’è molto lavoro da fare, le denunce sono in calo e questo impone una seria riflessione sulla reale efficacia dell’azione antiracket.
È l’intero movimento antiracket che necessità un profondo ripensamento.
I recenti fatti giudiziari che hanno coinvolto associazioni antiracket hanno minato fortemente la credibilità e la dignità di chi crede in questa forma di associazionismo, ma dall’altro, questo ha rappresentato un deciso segnale delle istituzioni che sono in grado di predisporre meccanismi utili ad espellere corpi malati per garantire e mantenere quella fiducia che permette al cittadino di affidarsi e di credere ancora nello Stato.
La questione di fondo sulla quale ci siamo soffermati è: quale modello attribuire all’associazionismo antiracket ed antiusura oggi in Italia?
Per questo stiamo cercando di riproporre proprio quel modello originario grazie al quale abbiamo sviluppato il nostro percorso così da riaffermare la primaria funzione di antimafia di strada, volontaria e gratuita.
In quest’ottica, ben consapevoli dell’uso distorto nell’utilizzo dei fondi pubblici destinati alle associazioni antiracket e dell’inutilità di questi finanziamenti che, piuttosto, sarebbero più utili se indirizzati alle forze dell’ordine o direttamente alle stesse vittime attraverso il potenziamento degli sportelli delle Prefetture, siamo partiti dalla proposizione di un ddl regionale di modifica all’art. 17 della legge regionale siciliana 20/99 – diventato legge a luglio 2018 – che ha ristretto di molto i criteri attraverso i quali le associazioni antiracket possano eventualmente richiedere finanziamenti.
A livello nazionale si impone una ragionata revisione dei cardini legislativi fondanti del sostegno alle vittime del racket e dell’usura relativamente alle leggi 44/1999 e della 108/96 e della 512/99.
Ma soprattutto è necessario rivedere i decreti ministeriali che stabiliscono i criteri che consentono alle associazioni antiracket ed usura l’iscrizione ed il mantenimento nell’albo della prefettura, oggi potrebbe contribuire ad invertire la rotta, conducendo verso un associazionismo più ancorato alla sua originaria funzione di sostegno e conforto alle vittime.
Ma tanti altri sono gli appuntamenti di prossima scadenza e sui quali è bene porre l’attenzione per cercare di innescare il cambio di rotta; innanzitutto la nomina del nuovo Commissario Nazionale per il Coordinamento delle iniziative Antiracket ed Antiusura in scadenza e del relativo Comitato di Solidarietà.
Un rinnovo che potrebbe essere l’occasione anche per modificare i criteri – individuati attualmente dall’ultimo decreto del Ministero degli Interni del 31 maggio 2016 – attraverso i quali scegliere i tre componenti rappresentanti del mondo associativo da tempo ormai esclusivo appannaggio delle associazioni ed organizzazioni antiracket e antiusura di rilevanza nazionale quali la Federazione Antiracket Italiana F.A.I., S.O.S. Impresa e la Consulta Nazionale Antiusura “Giovanni Paolo II” Onlus.
Ed ancora, a livello regionale, il costituendo “Forum permanente contro la mafia
la criminalità organizzata”, un nuovo organismo istituzionale che potrà essere luogo nel quale le istanze civiche di lotta al fenomeno mafioso  potranno essere sostenute con più forza.
Infine, dobbiamo, sostenere le azioni della magistratura e delle forze dell’ordine attraverso una grande opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, recuperando i rapporti con quegli imprenditori, commercianti ed artigiani che giornalmente combattono in silenzio la criminalità organizzata.
Se non riusciremo a fare tutto questo, se non riusciremo ad essere uniti verso un unico obiettivo, faremo un favore alle mafie, ed alla mafia dell’antimafia.

http://mafie.blogautore.repubblica.it/2019/02/04/2731/

IL ”SISTEMA SIRACUSA”

Era il 23 febbraio 2018 quando organizzammo un incontro a Catania sul “sistema Siracusa”.
Un modello collusivo – corruttivo quale strumento per accordi affaristici conclusi non più attraverso l’intimidazione ma con un patto dal quale ciascuno traesse la propria convenienza.
Oggi parrebbe essere sbarcato anche a Catania.
Come Associazione Asaec Antiestorsione Di Catania continueremo ad assolvere al nostro compito di denuncia.

 

https://www.lasicilia.it/news/catania/216223/sentenze-vendute-indagato-il-giudice-del-tar-di-catania-dauno-trebastoni.html?fbclid=IwAR1uKUWFjEtqHVNuYkxWzjQu87zkcah6tsPu0BRlKGmbgDmawSPPI4Tfw9I

39 anni fa…

ll 6 gennaio del 1980 veniva assassinato Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana. Dopo 39 anni restano senza nome gli esecutori del delitto.

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/01/06/news/mattarella_a_palermo_per_ricordare_il_fratello_ucciso_il_prete_solidali_con_i_migranti_che_nessuno_accoglie_in_mare_-215947965/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P14-S1.4-T1&fbclid=IwAR1cUOUUB8r7J-km11zEnWVdx6TgfpRIQiTk7bj48OjGAPmZkPbk0h-WnBY

Pippo Fava e la Normalità

« Fava era di più. Lui sapeva descrivere come nessun altro al mondo, puntava la luce sulla NORMALITA’. Uno così non si poteva lasciare vivere. E la NORMALITA’ è quella di cui oggi non ci si occupa. » (Riccardo Orioles, 7 gennaio 2011)
E’ propria la luce su quella “NORMALITA’” che si è spenta o che si è affiovilita.
Come Associazione Asaec Antiestorsione di Catania tocchiamo giornalmente la NORMALITA’ del dramma dell’estorsione attraverso le storie dei nostri associati, laddove, ancora in molti negano l’evidenza del fenomeno estorsivo.
Continuiamo nella A-NORMALITA’ di tutti giorni attraverso la nostra azione di sensibilizzazione contro il comportamento estorsivo, prima evidenza di un fenomeno mafioso profondamente radicato nella NORMALITA’ dei gesti quotidiani.

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/mafia-35-anni-fa-ucciso-pippo-fava-un-estratto-intervista-a-biagi-8-giorni-prima-della-morte-f0e82fac-a5e6-40f2-b50a-5830cb644a21.html?fbclid=IwAR2YPpZXxFg63ZcjAi5ndJ-sBa99JmYzkA8T-E9aaAqvCyVxGHsHySoXFd8

RIFLESSIONI

Quale modello attribuire al movimento antiracket ed antiusura oggi in Italia?

L’arresto del presidente di un’associazione antiracket catanese ha rappresentato, senza dubbio, un arresto “eccellente” che fa riflettere.

Infatti, se da un lato ha minato fortemente la credibilità e la dignità di chi crede in questa forma di associazionismo, dall’altro, è stato il preciso segnale che le istituzioni sono in grado di predisporre meccanismi utili ad espellere corpi malati per garantire e mantenere quella fiducia che permette al cittadino di affidarsi e di credere ancora nello Stato.

La questione di fondo sulla quale soffermarsi è: quale modello attribuire all’associazionismo antiracket ed antiusura oggi in Italia?

Diverse possono essere le possibili alternative: un primo modello è quello che è andato affermarsi fin dalla fine degli anni novanta e che ha visto sulla scena un’ antimafia c.d. “pon – pon” di facciata, degli sportelli affiliati Fai (Federazione Antiracket Italiana) nati a migliaia sul territorio nazionale grazie ai vari Pon sicurezza, dei premi, delle coppe, affarista, populista, tronfia di proclami retorici ben predisposta a quel “compromesso morale” – anticamera dell’indifferenza, contiguità e complicità – è sempre più base per relazioni pericolose e che avrebbe avuto la massima espressione in Antonello Montante, paladino di una sedicente antimafia dell’ultima ora, creatore di un sistema omonimo, destinatario di “patenti antimafia” rilasciate con troppa disinvoltura dall’allora ministro agli Interni Cancellieri che lo definì “apostolo che nel deserto ha alzato la voce contro il racket delle estorsioni”, delegato per la legalità di Confindustria Nazionale e convinto sostenitore dell’ora di legalità nelle scuole con un doppiopetto costellato di spillette e medaglie targate antimafia, ora sotto processo per associazione a delinquere e corruzione.

Una secondo modello, certamente meno aggressivo, ma molto chiacchierato perché ubbidiente ed addomesticato, sottomesso alle benevolenze di molti, che individua colui che si avvicina per chiedere aiuto più come un “cliente” a cui sottoporre servizi piuttosto che una persona cui offrire conforto e sostegno, strenuo difensore della necessità di attingere a finanziamenti pubblici al fine di offrire un buon servizio e nelle cui maglie hanno potuto proliferare tornacontismi personali ed economici, è quello che parrebbe emergere dalle indagini che hanno portato all’arresto del presidente del Associazione Siciliana Antiracket Salvatore Campo il quale sembrerebbe aver chiesto delle percentuali rispetto alle pratiche curate per i suoi assistiti; ma possiamo anche ricordare la vicenda che ha coinvolto l’associazione Antiracket Salento guidata dalla presidente Maria Antonietta Gualtieri e tante altre ancora.

Ma esiste anche un terzo modello che cerca di riproporre pratiche virtuose che si erano manifestate vincenti sin dai primi degli anni novanta, cioè fin dalla nascita del movimento antiracket.

Un associazionismo che, recuperando l’idea fondante di Libero Grassi, rappresenti un luogo dove, imprenditori e commercianti che hanno vissuto vicende estorsive, possano offrire – a loro volta – sostegno e conforto nei confronti di coloro che decidano di intraprendere un percorso simile di emancipazione rispetto la morsa dell’estorsione; dove l’accompagnamento di un imprenditore verso la denuncia e per tutto il suo iter processuale rimanga uno dei requisiti fondamentali; dove il contributo svolto dai soci e dai loro dirigenti, sia fondato sui principi inscindibili ed inviolabili di volontariato e gratuità.

Come Associazione Antiestorsione di Catania nata nel 1991 all’indomani dell’uccisione dell’imprenditore Libero Grassi e proprio da un gruppo di imprenditori e commercianti che si erano ribellati al pizzo, abbiamo sempre cercato di mantenere vivo proprio quest’ultimo modello, difendendolo e promuovendolo ad ogni occasione.

C’è molto lavoro da fare, le denunce sono in calo e questo impone seriamente una riflessione sulla reale efficacia dell’azione antiracket.

È l’intero movimento antiracket che necessità di un profondo ripensamento.

Per questo stiamo cercando di riproporre proprio quel modello che si riappropri della sua primaria funzione di antimafia di strada, volontaria e gratuita.

In quest’ottica, ben consapevoli dell’uso distorto nell’utilizzo dei fondi pubblici destinati alle associazioni antiracket e dell’inutilità di questi finanziamenti che, piuttosto, sarebbero più utili se indirizzati alle forze dell’ordine o direttamente alle stesse vittime, siamo partiti dalla proposizione di un ddl regionale di modifica all’art. 17 della legge regionale 20/99 – diventato legge a luglio u.s. – che ha ristretto di molto i criteri attraverso i quali le associazioni antiracket possano eventualmente richiedere finanziamenti.

A livello nazionale si impone una ragionata revisione dei cardini legislativi fondanti del sostegno alle vittime del racket e dell’usura relativamente alle leggi 44/1999 e della 108/96 e della 512/99.

Ma soprattutto è necessario rivedere i decreti ministeriali che stabiliscono i criteri che consentono alle associazioni antiracket ed usura l’iscrizione ed il mantenimento nell’albo della prefettura, oggi potrebbe contribuire ad invertire la rotta, conducendo verso un associazionismo più ancorato alla sua originaria funzione di sostegno e conforto alle vittime.

Ma tanti altri sono gli appuntamenti di prossima scadenza e sui quali è bene porre l’attenzione per cercare di innescare un cambiamento; innanzitutto la nomina del nuovo Commissario Nazionale per il Coordinamento delle iniziative Antiracket ed Antiusura in scadenza e del relativo Comitato di Solidarietà.

Un rinnovo che potrebbe essere l’occasione anche per modificare i criteri – individuati attualmente dall’ultimo decreto del Ministero degli Interni del 31 maggio 2016 – attraverso i quali scegliere i tre componenti rappresentanti del mondo associativo da tempo ormai esclusivo appannaggio delle associazioni ed organizzazioni antiracket e antiusura di rilevanza nazionale quali la Federazione Antiracket Italiana F.A.I., S.O.S. Impresa e la Consulta Nazionale Antiusura “Giovanni Paolo II” Onlus.

Ed ancora, a livello regionale, il costituendo “Forum permanente contro la mafia la criminalità organizzata”, un nuovo organismo istituzionale che potrà essere luogo nel quale le istanze civiche di lotta al fenomeno mafioso potranno essere sostenute con più forza.

Infine, dobbiamo, poi, sostenere le azioni della magistratura e delle forze dell’ordine attraverso una grande opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, recuperando i rapporti con quegli imprenditori, commercianti ed artigiani che giornalmente combattono in silenzio la criminalità organizzata.

Se non riusciremo a fare tutto questo, se non riusciremo ad essere uniti verso un unico obiettivo, faremo un favore alle mafie, ed alla mafia dell’antimafia.

Questo rappresenta un preciso obbligo morale che ci proviene dalla grande eredità di coloro che sono morti combattendo la mafia ma anche ne confronti di tutti coloro che ancora oggi a testa alta si ribellano alla prepotenza della criminalità organizzata.

AS.A.E.C. ASSOCIAZIONE ANTIESTORSIONE DI CATANIA

IO NON STO IN SILENZIO: NO A CUFFARO NELLA SALA MATTARELLA!

IO NON STO CON CUFFARO

 

L’associazione Antiestorsione di Catania manifesterà la propria contrarietà all’invito rivolto all’ex Governatore Cuffaro, che ha scontato una pena per concorso esterno in associazione mafiosa, di partecipazione al dibattito sulla condizione dei detenuti che si svolgerà giorno 13 settembre presso la sala “Piersanti Mattarella” dell’Assemblea Regionale Siciliana.
Ragioni di opportunità politica, sociale ed istituzionale avrebbero imposto di individuare altro posto, ma non una sala all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana intitolata ad un martire nella lotta alla mafia.
Lo dobbiamo non solo per tutti coloro che sono morti combattendo la mafia ma anche nei confronti di coloro – imprenditori, commercianti ed artigiani – che giornalmente, combattano contro la criminalità organizzata, denunciando e senza compromessi, mantengono integra la propria dignità.
Riportiamo di seguito il testo di Paolo Borrometi di invito a NON STARE IN SILENZIO!


“Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti’. Ed io non rimarrò in silenzio. Io non mi rassegno. Io non perdo il mio diritto ad indignarmi davanti a chi, con una provocazione, insulta la memoria delle vittime di mafia. 
Totò Cuffaro, già presidente della Regione, dopo la sua condanna definitiva per favoreggiamento alla mafia, ritorna il 13 settembre nel Palazzo dell’Assemblea Regionale Siciliana per una conferenza, proprio nella sala “Piersanti Mattarella”, ovvero il presidente della Regione ucciso dalla mafia. 
Se non ci fosse da piangere, sembrerebbe un beffardo scherzo. Ed anche io, prima di scrivere, ho letto, riletto, fatto telefonate, cercato informazioni. Mi continuavo a ripetere: “Non è possibile, è uno scherzo di cattivo gusto”.
Ed invece, purtroppo, è tutto vero. 
Non mi sogno lontanamente di togliere il diritto di parola a nessuno, ci mancherebbe. Ognuno ha diritto ad esprimere la propria opinione anche i condannati per fatti di mafia, come Cuffaro. Ma c’è modo e modo e, soprattutto, luogo e luogo. 
Totò Cuffaro non si è mai detto pentito rispetto alle gravi accuse (ripeto, favoreggiamento alla mafia) per le quali è stato condannato.
Ed oggi, vederlo “pontificare” nella sala dedicata alla memoria di Piersanti Mattarella, mi fa comprendere che la nostra amata Sicilia è davvero anni indietro. 
Non tutto può essere possibile in questa splendida Terra. Non possiamo perdere la capacità di indignarci. No, non la possiamo e non la dobbiamo perdere. 
Io non ci credo che si possa umiliare così la memoria dei servitori dello Stato, la memoria di chi quella vita l’ha persa per lottare la mafia, esattamente la stessa che Cuffaro ha favorito. 
Non può essere tutto vano. Non è tutto vano. 
Forse aveva ragione Sciascia: “la Sicilia è una Terra irredimibile”. Una Terra meravigliosa, ma ancora oggi in balia dell’assurdo. E non solo per la mafia, ma per quell’atteggiamento ammiccante verso il potere passato e presente.
Forse la mia indignazione non servirà a nulla. Ma almeno che sia chiaro, io non ci sto, non rimango in silenzio, altrimenti sarà anche colpa mia, colpa nostra: in quella sala, nella sala dedicata a Mattarella, un condannato per mafia non può tenere una conferenza. Questo assolutamente no. 
Voi rimanete in silenzio? Ancora una volta? Il silenzio ci rende complici. 
Io lo voglio urlare perché questo scempio non avverrà con il mio silenzio: No a Cuffaro nella Sala Mattarella.”

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